11 settembre,Wake up America!

In America il ricordo dell’11 settembre (2001) e il senso di quanto accaduto è molto vivo. Anche se come in tutte le cose della vita, la vendita e pubblicazione di scritti come di memorie dedicate alla tragedia, si riduce nel tempo per volume e quantitativi di vendita, c’è una chiara quanto decisa volontà della Nazione di ricordare, rispettare e riscattare. L’11 settembre è scritto nella sensibilità nazionale.

Senza dubbio l’11 settembre 2001 rappresenta, come ordine di portata storica e celebrativa, un fatto pari all’attacco subito a Pearl Harbour il 7 dicembre del 1941 a opera della flotta nipponica, provocando un numero di vittime simile a quelle delle 2 torri gemelle.
Due eventi diversi per data e sviluppo, gestiti anche da presidenti molto differenti ma che ci spiegano come l’ America abbia una capacità magica: saper reagire. C’è qualcosa di mistico e profondo nella storia americana moderna (tra cui anche l’eccezionalismo wilsoniano) che permette a questo popolo di sapersi fermare, riflettere attraverso l’autocritica e quindi ripartire su nuove strade. Al di là delle “grandi linee di tendenze storica della società americana” oggi vanno rilevati alcuni aspetti:
– negli ultimi 10 anni l’ America si è persa per strada, scadendo in cultura e reattività. Si legge e studia poco, quindi si ragiona ancora meno (vedi l’elezione dell’attuale presidente). L’iperconsumo (spreco), l’illusione d’essere al centro del mondo protetti da una divisa forte e da un ruolo politico insostituibile, hanno addormentato l’americano medio che partecipa di meno alla vita sociale per chiudersi nel suo privato;
– ogni possibile indice, sia sociale come economico e politico, rivela un deciso calo, ancora una volta direttamente proporzionale allo spessore culturale della società. E’ “divertente” ascoltare lo sconcerto degli analisti militari statunitensi, rilevando come la guerra non si concluda più, occupando la capitale dello stato nemico. In realtà più che la guerra in sè per sè, a cambiare è stata la capacità politica degli Stati Uniti di saper dialogare con i vinti.
– Se l’esercito americano non è più uno strumento politico (come già fu in Vietnam) il problema è sociale, in quanto assumendo giovani dirigenti, in ogni livello della società, privi d’esperienza e contraendo il tempo di formazione nelle carriere dirigenziali, oggi ci sono, in posti di comando, una generazione d’immaturi.
– La superficialità, immaturità, quindi arroganza e la ristrettezza delle visuali è il vero morbo della società americana d’oggi.
– Più che una carenza di conoscenze specifiche, va rammentato come i manager americani sono molto più preparati nel dettaglio rispetto a quelli italiani ed europei in genere, quanto manca all’americano medio e alla sua classe “intellettuale”, è la capacità di saper contestualizzare le idee. Ad esempio, il solo fatto di guadagnare il 55% su ogni prodotto realizzato in Cina per il mercato nordamericano, giustifica l’attuale livello d’investimenti USA nell’Asia comunista e questo senza considerare il contraccolpo sociale, derivante dalla disoccupazione statunitense (14 milioni di persone in crescita) che contribuisce a disarticolare il bilancio statale. Manca la capacità di saper cogliere il “quadro generale” il che non è facile, ma è sempre stato un punto a vantaggio dell’ America, ovvero quello di sapersi muovere come sistema. La caduta d’immaginazione e l’inseguimento di sterili quanto immediati guadagni da far figurare nelle relazioni trimestrali, per sostenere il corso dei titoli in borsa, ha una diretta radice nell’applicazione del sistema formativo in ambito aziendale e statale. Per spiegarsi meglio, laddove le università sono ancora leader nel mondo, quando il giovane è reclutato “non fa più gavetta”, trovandosi in carriera in base a una sterile applicazione del “fare largo ai giovani”. La crisi subprime è nata così. A scuola è stato detto, ai nuovi manager, che con equazioni e algoritmi si poteva capire di più e meglio l’economia. Peccato però che, girata la pagina del primo capitolo, non sia stata capita la lezione sulla non applicabilità di una teoria generale o sull’importanza delle conoscenze asimmetriche in economia.
– In pratica non è possibile gestire l’economia e il mondo, applicando quanto letto sui manuali a scuola. Al contrario serve completare la singola materia in un quadro d’insieme che si chiama maturità ed esperienza, ovvero quanto manca all’attuale classe dirigente statunitense ed europea.
– “Per fortuna” che, licenziamenti in massa, stanno costringendo l’intera Nazione a interrogarsi sul suo immediato futuro e poi, prossimamente a chiedersi il perché delle cose. Sicuramente la cura è traumatica, ma non poteva più essere rinviata. Il dramma di perdere la dignità nel “portare il pane a casa” contribuisce al recupero di quella qualità mai persa, nella società americana, di analizzarsi e sapersi risollevare molto rapidamente.
Concludendo, a parte l’11 settembre e il suo eccezionale peso commemorativo su una società che ragiona poco e molto sensibile alla pubblicità della storia anziché la sua concretezza, la crisi e il declino americano dell’ultimo decennio è strutturale. Nonostante ciò, illudersi che questa linea di tendenza sia definitiva è un clamoroso errore, perché non mette in bilancio quell’eccezionalismo americano, molte volte registrato nella storia, che rende questo popolo diverso dagli altri e, per taluni aspetti, migliore di noi. Per puro caso, in queste ore, dopo 2 mesi mi è capitato di leggere un quotidiano italiano. Oh cielo! Almeno la stampa americana commenta notizie, quella italiana è ancora limitata agli schieramenti politici. Meglio restare sulla costa orientale dell’Atlantico, dove spira un vento destinato a correre di più e meglio.