Rapporto Semilavorati

Aggiornamento al 20 marzo 2011 di Giovanni Carlini

Chi legge questa rubrica

Lamiera è una testata che viene letta da imprenditori che solitamente operano sul mercato interno, quello nazionale per intendersi, per cui discutere su queste pagine dei grandi eventi internazionali ha veramente poco senso, se non come diretto riflesso sulle vicende interne.
Chiarito che il focus del nostro lettore è il mercato nazionale, vediamo quali sono i punti cardine di questo ambiente. Come anche in Germania in questo momento, e così negli USA, è attuale il bisogno di rilancio del mercato interno dove l’attore principe è il consumatore, ovvero l’italiano medio.
L’attitudine all’acquisto di questo personaggio, è direttamente connessa al suo reddito e alla certezza del posto di lavoro. In assenza di parametri di questo tipo, pur ottenendo una certezza economica, il consumatore, limita ogni forma di acquisto al minimo, riducendo i consumi. Ecco che il cambio d’auto viene rinviato, i pannelli solari non acquistati, i consumi selezionati per indispensabilità. Un segnale molto preoccupante è quando anche gli acquisti alimentari iniziano a flettere (come in Italia, ma non in Germania) perché vuol dire che la crisi si fa ancora più forte. La comprensione di queste dinamiche rappresenta l’ABC per tutti coloro che vivono, a livello aziendale, in funzione del mercato nazionale.

Il mercato interno italiano

In Italia, come del resto negli altri grandi paesi occidentali, il ricorso alla delocalizzazione ha rubato posti di lavoro provocando massicci livelli di disoccupazione (ovvero impoverimento della società nazionale). Oggi in effetti qualcosa è cambiato, nel senso che le nostre imprese hanno mantenuto unità produttive all’estero. per presidiare quei mercati, senza più reimportare completamente prodotti per il mercato interno. Però c’è un’altra crisi in atto. Moltissimi manufatti “made in italy” in realtà hanno una forte componente di elementi realizzati in Cina e qui da noi assemblati. La frode ai danni del mercato interno è evidente, sia perché dichiara il falso che per sottrazione di lavoro italiano, benché venduto con etichetta nazionale. Questi giochetti da “truffa della domenica”, oggetto di sempre più frequenti sequestri da parte della Guardia di Finanza, sul piano generale sono la causa principale di una disoccupazione a carico dei nostri figli del 29,5% e nazionale nell’ordine del 9%. Con questi numeri la logica conseguenza è che le famiglie sono in difficoltà, il credito al consumo perde tre miliardi nel 2010, i finanziamenti legati alle autovetture sono al minimo e non è finita.
Lo scopo di quanto qui scritto, non è solo d’enumerare i guasti del mercato interno, ma sottolineare come ci siamo fatti del male da soli.
L’economia e il suo equilibrio non funzionano così. A conti fatti il guado nel quale si trova il commerciante, come il produttore italiano, è che vende a un connazionale che non può comprare.

A chi quadrano i conti

La quadratura dei conti oggi la possono ottenere solo coloro che operano contemporaneamente sul mercato estero come nazionale, con prodotti tecnologicamente più evoluti o destinati in un prodotto finale, collocabile in una fascia di prezzo più importante (industria tedesca).
Ovviamente un posizionamento sul mercato di questo tipo non è per tutti, da qui è pensabile una contrazione nel numero degli operatori attivi sul mercato, perché “non c’è spazio e mercato”. E’ inutile discutere se la crisi aperta nel 2008 finirà o meno nel 2015 (come si disse e poi tenuto sotto silenzio in questi ultimi mesi), il punto è un altro: lo strangolamento del mercato interno. Infatti da 6 mesi in Italia chiudono 30 imprese al giorno.

Il modello tedesco ispira le imprese italiane

Le piccole aziende italiane puntano a imitare la coesione sociale tedesca, attraverso la formazione interna, necessaria per realizzare prodotti migliori. E’ idea diffusa in Italia che se un prodotto o anche un sistema dovesse andare bene in Germania, dove sia la clientela finale che gli installatori sono molto esigenti, si può avere un certo grado di tranquillità per sfociare in un credibile successo nel resto del mondo. Sostanzialmente quanto è accaduto negli ultimi quarant’anni con il mercato americano, dove sfondare avrebbe rappresentato un successo per il resto del pianeta.
Rammentando che l’importanza dell’economia statunitense nel mondo non è affatto terminata, alla luce di un probabile collasso sociale cinese dato per imminente, sicuramente la Germania resta un mercato geograficamente “naturale” all’Italia e ai suoi imprenditori.
La parte d’Italia più pronunciata verso il mercato tedesco è quella del nord-est, dove pur avendo subito un calo del 22% nell’export, comunque il 14,3% di questo è indirizzato verso la Germania e il 52,9% delle imprese, con più di 10 dipendenti, è internazionalizzato operando su mercati diversi da quello interno. Va anche rilevato un nuovo punto di vista interessante su quest’aspetto. Il conteggio dei flussi commerciali per destinazione geografica, non racconta più tutta la verità sull’origine della committenza. Perché a un elevato grado di internazionalizzazione del sistema produttivo tedesco, ne corrisponde uno analogo di chi lavora con loro, che segue la “capo commessa” nei mercati emergenti quanto asiatici.
Per concludere i motivi di successo dell’economia tedesca che sono molti, c’è l’enfasi sulla ricerca quindi un rapporto proficuo tra università e imprese, avviato già nel 1800 e che da allora pone il sistema industriale germanico, al centro delle vicende del mondo. Quanti dei nostri lettori hanno rapporti con l’università italiana nelle facoltà d’ingegneria per studiare soluzioni?

Fusioni & accorpamenti

Non ci sono soluzioni migliori di questa per ampliare l’impresa e sperare di restare sul mercato. Un argomento di questo tipo è particolarmente difficile nel nostro Paese, afflitto dalla mentalità di azienda-retrobottega familiare, dove trovare un posto di lavoro e ricchezza a tutta la famiglia, indipendentemente dalla effettiva capacità di poter lavorare adeguatamente.
Proprio recentemente in visita presso grandi imprese del nord est, alcuni studiosi hanno potuto constatare come operassero in completa totale disorganizzazione sul piano del marketing, della qualità, delle politiche del personale e dell’organizzazione aziendale. Non c’è dubbio che realtà di questo tipo, a Padova come a Milano e Brescia, che hanno tradito i concetti più elementari per una struttura d’impresa, non ci sia più posto sul mercato. Chissà come mai chiude un’impresa!
Constatato il livello povero sul piano strutturale dell’imprenditoria nazionale, che coinvolge anche realtà oltre il centinaio di persone una delle soluzioni possibili è la sinergia con altro imprenditore similare, per strutturare realtà più grandi e soprattutto organizzate, in grado di poter agire contemporaneamente sul mercato interno come quello estero, seguendo anche nell’internazionalizzazione le imprese di riferimento. Il vero problema in questo percorso non è tanto trovare “l’anima gemella”, ma il terrore dell’imprenditore piccolo medio di perdere il suo feudo familiare. Comunque, per solo tentare un percorso di questo tipo è consigliabile rivolgersi sia alle Associazioni di categoria, che alla Camera di commercio, dove non sono stati attivati servizi su questa esigenza (una sorta di agenzia matrimoniale per imprese) ma la capacità d’osservazione sull’intero comparto è decisamente maggiore rispetto alla singola azienda.

Le curiose conseguenze sul mercato dei rottami, acciaio e materie prime della crisi giapponese

L’influenza del Giappone sul mondo delle materie prime è strategica, essendo una delle economie industriali (la terza per la precisione) che importa più materie prime, essendone completamente sprovvista dal proprio territorio. Ne deriva che le conseguenze saranno importanti e a brevissimo effetto. Per quanto riguarda il minerale ferroso, si stima una contrazione nei consumi in Giappone. Essendo questo Paese asiatico importatore per una misura pari al 12,8% del totale del minerale commerciato nel mondo, il calo degli acquisti è destinato a una diretta influenza sui prezzi. Infatti la diminuzione dei corsi “è nell’aria”, difficile al momento da quantificare. Si potrebbe parlare di un 10%? Ogni previsione su questo aspetto resta azzardata.
Per quanto riguarda invece il rottame la prospettiva si capovolge. Il Giappone è uno dei maggiori esportatori globali, con vendite all’estero di circa 6,5 milioni tonnellate annue, dirette soprattutto in Cina e Corea del Sud. Il rallentamento dell’attività siderurgica e industriale nipponica provocherà una riduzione dell’export, con possibili movimenti rialzisti delle quotazioni. Per quanto concerne l’acciaio si registrano due tendenze differenti. Nel breve termine in Giappone ci sarà meno produzione e conseguentemente un export inferiore di prodotti siderurgici, spazio che probabilmente potrebbe essere occupato dalla Cina, dove permane una forte capacità produttiva inutilizzata. Tutto ciò a patto che l’imminente rivolta sociale e il conseguente collasso politico non dovesse avvenire nei prossimi mesi, come previsto e le attuali rivolte preannunciano. Nel medio-lungo termine le opere di ricostruzione post-sisma, dovrebbero portare a un aumento della domanda interna di prodotti siderurgici, ma per questo si parla del secondo semestre 2011